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Questo sito è dedicato a mio padre , un uomo che ho amato e stimato moltissimo per la sua bontà d'animo, le sue doti morali e intellettive, la sua tenacia e la sua determinazione, una persona davvero speciale che ha avuto una vita difficile e travagliata e ha sempre detto di ritenersi una persona fortunata proprio per essere sopravvissuto all'immane tragedia della deportazione.
Mio padre se ne è andato il 23 luglio 2007, era malato di Alzheimer e da 7 anni e non poteva più impegnarsi in quello che aveva scelto di fare da quando era andato in pensione e non senza conseguenze per la sua salute, non era più in grado di raccontare ai giovani la sua esperienza di deportato.
Ho deciso di farlo io per lui, ho raccolto quanto ho trovato nei suoi cassetti "disordinati" dalla malattia: il testo della conferenza che svolgeva ogni anno nelle scuole milanesi per raccontare gli orrori del Nazismo, le foto che non mi ha mai voluto mostrare quando ero troppo piccola per capire e gli appunti scritti di suo pugno e poi puntigliosamente ricalcati quando aveva compreso che non avrebbe più potuto ricordare. Ho raccolto e ordinato tutto questo materiale in un libro che ho poi arricchito con riferimenti storici e fotografici, ne è nato un volume prezioso perchè sarà per sempre quella memoria che il mio papà aveva perso, lo farà ricordare a tante persone che gli hanno voluto bene e potrà essere usato dagli insegnanti e dagli studenti per approfondire il tema della deportazione.
Sono io la la bimba di cui parlava mio padre nelle sue conferenze. Nel corso degli anni ha sempre raccontato il nostro primo incontro con grande commozione. La stessa commozione con la quale io ho scritto questo libro per lui. Il miglior modo per onorare la sua memoria è leggere quanto gli è accaduto, vi prego, fatelo!
Manuela Valletti
giornalista e scrittrice

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Daportato I 57633
Voglia di non morire
Manuela Valletti Ghezzi
"Questo libro con il suo prezioso contenuto umano e fotografico, è destinato agli studenti, ai loro insegnanti e a tutti coloro che vorranno conoscere la tragica esperienza di un uomo che non aveva voglia di morire a ventitre anni nei Lager di Mauthausen e di Gusen e che per ritornare a casa lottò disperatamente, si prodigò per i compagni di prigionia e, alla fine, riuscì anche a perdonare. Quell'uomo era mio padre e questa è la sua storia "
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66 pagine - costo 10,00 Euro - spese di spedizione incluse
ISBN 9788862232012
I proventi della vendita del libro sono stati destinati dall'autrice all'ANED
Associazione Nazionale Deportati di Milano
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Aggiornamento
Con la mia famiglia sono andata a visitare i KZ di Mauthausen e Gusen oggi "Sembra una roccaforte medioevale con i torrioni sul davanti e sui lati, i camminamenti ne disegnano il perimetro. Vi si accede per una piccola porta sulla sinistra dopo aver attraversato il piazzale asfaltato, il sole brucia e tutt'intorno distese di colture verdeggianti stridono con la severità del luogo, sul lato sinistro un prato curato, una stele e un immenso salice piangente, è certo l'albero più indicato che hanno piantanto.
Sulla destra un grande parcheggio per auto e pulman: siamo davanti al Lager di Mauthausen. Mia figlia ed io ci incamminiamo verso la fortezza, per giorni abbiamo atteso e temuto questa visita, non sapevamo quali fossero le nostre reazioni e i nostri sentimenti, ora ci siamo. A distanza di 60 anni, questo luogo incute ancora terrore. Ragazzi, uomini e donne, zaini in spalla, stanno per condividere la nostra esperienza.
Mi sono portata una mappa essenziale del campo scaricata da internet e quel foglio ci è provvidenziale, sembra che non ci sia nessuno in grado di darci indicazioni. Varchiamo la porticina e ci troviamo su un piccolo piazzale, prendiamo la scala sulla destra e siamo dentro, raggiungiamo velocemente il “muro dei lamenti” dove i deportati appena arrivati venivano lasciati per ore in attesa della disinfestazione, scendiamo nel locale delle docce e nella lavanderia, tutto è spettrale. Risaliamo e sulla sinistra troviamo il luogo che era adibito alla quarantena, ora è un cimitero per novemila deportati. Siamo sulla Piazza dell'Appello, vi si affacciano tutte le baracche, alcune in fase di restauro. Cerco di leggere il foglio che ho in mano ma le lacrime mi impediscono di vedere, anche mia figlia piange, mi prende il documento dalle mani e mi indica la direzione che dobbiamo prendere: sulla destra la camera a gas, il forno crematorio, l'angolo del colpo alla nuca e quello dell'impiccagione…. l'orrore, il disgusto e la rabbia hanno il sopravvento sul dolore: “ bastardi come avete potuto, che cosa avete fatto! ” Usciamo senza aver scattato nessuna foto per rispetto di chi in quel mattatoio ha perso la vita. Raggiungiamo la sala allestita dopo la liberazione del campo, ci sono tutte le bandiere dei Paesi che hanno subito perdite, oltre c'è una cappella, una croce in legno con la data 5 maggio 1945 si staglia sulla parete. La bandiera italiana è la prima sulla destra: ” A tutti coloro che hanno sofferto e sono morti…..” Usciamo alla ricerca della baracca alloggio dei deportati, l'unica ancora accessibile e con le brande originali, è sulla sinistra, è lunga e stretta, si scorgono due castelli di legno non più di un metro e mezzo di lunghezza, un tavolo una sedia e molti armadietti di legno a due ante ma stretti, addossati gli uni agli altri, sul fondo due immagini dei deportati nelle loro brande, rannicchiati e scheletriti. Su uno dei castelli una mano pietosa ha deposto un rosario. E' qui che ho “sentito” mio padre, è qui che l'ho immaginato nella sua quotidiana lotta per sopravvivere, è questa baracca che mi ha maggiormente colpito. Usciamo alla ricerca delle via per la cava di pietra, i maledetti 186 gradini che i deportati facevano con pietre di anche 50 chili sulle spalle sono là, quella era la scala della morte, era il luogo da dove cadevano come birilli tra le risate delle SS. Attraversiamo il giardino dove i monumenti commemorativi delle varie Nazioni esprimo tutto il loro sdegno e onorano i caduti, alcuni addetti stanno scavando tra le siepi e noi veniamo investite da un odore acre di morte. Imbocchiamo una strada sterrata tutta ciotoli e vediamo la scalinata in lontananza, ci avviciniamo. La cava c'è ancora e quei gradini sono ripidi, si arrampicano verso il cielo. Sentiamo il bisogno di prenderci qualche cosa di quel luogo, mio padre ci passava ogni giorno per quella strada per andare ai lavori forzati… raccogliamo 6 piccoli sassi tutti bianchi, un sasso per ogni membro della mia famiglia, e una violetta che ripongo in un libro nella speranza che non si sciupi. Ci avviamo verso l'uscita e varchiamo nuovamente la porticina, siamo fuori. Siamo emozionate, indignate, sconvolte, ma contente di aver visto. Ora inizia la visita mio marito, era rimasto fuori con il cane, lo vedo ritornare dall'alto dei camminamenti, quando ci raggiunge ha gli occhi arrossati dal pianto, è attonito. Torneremo!
Dopo un breve spuntino proseguiamo per Gusen, mio padre ha trascorso li la maggior parte della sua deportazione. Del campo nessuna traccia, ridenti villette nascondono un Memorial a forma di grosso cubo fatto costruire da deportati italiani e progettato dall'Architetto Belgioioso, nel cubo troviamo un forno crematorio. Lo sdegno per il disprezzo delle persone che in quel campo hanno sofferto o sono morte mi impedisce di entrare a visitare il piccolo museo. Sulle pareti del "cubo" moltissime lapidi di italiani e anche foglietti di carta solo con un nome e una data per ricordare un parente, un amico nella sua ultima sepoltura. Ci domandiamo come abbiano pututo gli abitanti di San Georgen costruire le loro villette sui cadaveri di migliaia di uomini e vivere sereni, aprire le finestre la mattina e affacciarsi sul crematorio. Non troviamo alcuna risposta, ma a casa approfondiremo per sapere come questo sia stato possibile. La storia di San Georgen ha dei lati oscuri e inquietanti ma da qualsiasi lato la si guardi fa solo orrore."
Questa visita l'abbiamo dedicata al mio papà e a tutte le persone innocenti che non ce l'hanno fatta e che meritano di essere ricordate ogni volta che noi fortunati mortali, possiamo pronunciare la parola “libertà” da uomini liberi.
Manuela Valletti Ghezzi
Salisburgo, 27 agosto 2008
Nelle pagini seguenti troverere un sunto del contenuto del libro, vi invito comunque ad acquistarlo per completezza di informazione e per contribuire al lavoro dell'ANED.
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